Marco Zangari, un messinese al CoAsIt di Sydney

“La casa sul confine dei ricordi, la stessa sempre, come tu la sai/ E tu ricerchi là le tue radici, se vuoi capire l’anima che hai”, cantava Francesco Guccini nel 1972. Quarant’anni dopo, gli italiani che emigrano e si portano le proprie radici in un bagaglio sotto i venti chili, magari a 15 mila chilometri da dove sono nati, sono più numerosi che nel secondo dopoguerra. “I due fenomeni, comunque, sono molto diversi”, dice Marco Zangari, Operatore Sociale per i Giovani al Co.As.It. (Comitato Assistenza Italiana) di Sydney, un’associazione no profit nata nel 1968. “Intanto per i numeri – la popolazione italiana è cresciuta rispetto agli anni ’50. Poi all’epoca il viaggio costava quanto una casa a due piani, la gente che veniva qua doveva aspettare anni prima di poter rivedere la propria famiglia. Ma è anche vero che il lavoro lo trovava – c’erano le piantagioni di canna da zucchero del Queensland, le centrali elettriche nelle Snowy Mountains”. Si voleva ripopolare il paese e si favoriva l’arrivo di immigrati – molti erano chiamati da concittadini già insediatisi in Australia, altri dal 1951 potevano approfittare di un accordo bilaterale di emigrazione assistita.

Marco ZangariPer Marco l’Australia era prima di tutto un sogno. Quando è arrivato a Sydney, nel 2007, aveva perfino una fidanzata australiana. “Ho comprato il biglietto subito dopo la laurea in Psicologia. Come tantissimi altri, ho fatto domanda per un visto Working Holiday e nel primo anno e mezzo ho cambiato 13 lavori. Ho fatto qualsiasi cosa, dal lavapiatti al magazziniere, dal venditore porta a porta al commesso nei negozi tutto a un dollaro”. Per restare nel paese dei suoi sogni, comunque, Marco ha potuto fare richiesta di un visto speciale, il Partner, pensato per chi ha un compagno o una compagna australiani o residenti. “E’ stato un processo faticoso e anche dispendioso, ma di certo più semplice del trovare un’azienda che mi sponsorizzasse”. Eppure anche lui, nonostante il suo visto non lo richiedesse, è andato a lavorare nelle aziende agricole, le farm. “Sono andato con un amico a raccogliere manghi e lime nel Queensland, per un mese. Eravamo gli unici due italiani, messinesi per la precisione. Tutti gli altri erano aborigeni. Quella era l’Australia che mi aspettavo: fattorie sperse nel nulla, cieli sconfinati, spazi immensi in cui tutti si conoscono e si salutano”. Marco e Mauro hanno trovato il contatto di quei farmer, fra l’altro di origini italiane, nel modo più antico: il passaparola. “Me ne avevano parlato un paio di ragazzi italiani che ci erano stati l’anno prima per rinnovare il visto Working Holiday”, dice Marco. “Quando è arrivata la stagione, abbiamo chiamato e loro ci hanno detto ‘Venite, ma non siamo sicuri ci sia lavoro per voi’. Siamo stati fortunati e ci hanno dato l’alloggio gratis, una dependance che dividevamo con un’australiana e dei ragazzi coreani. Avevamo il rospo delle canne che ci girava in bagno la sera e un giorno lì vicino abbiamo trovato pure un serpente taipan, uno dei più velenosi al mondo. Ma, tutto sommato, è stata una fortuna avere una casa gratis. Nel 2008 era più facile che capitasse, perché l’ondata migratoria era agli inizi”. I manghi costano. Quindi chi va a raccoglierli deve stare attento a non farli cadere dall’albero, altrimenti perde il lavoro. Per il resto, la vita è quella di qualsiasi lavoratore di campagna. O quasi. “Noi guadagnavamo a ore. A cottimo è una truffa. Cominciavamo a lavorare alle sei del mattino e a volte tiravamo fino alle sette di sera”, racconta Marco. “Quando tornavamo a casa non c’era ne tv ne internet, allora ci sedevamo sulla veranda e salutavamo i rari pick up che passavano. Certo, abbiamo perso 7 chili. Potevamo andare a fare la spesa solo quando c’era un passaggio, e il villaggio piu vicino era a un’ora di macchina. Poi c’era il mango rash…”. Se non sapete di che si tratti e cercate nella rete, troverete immagini di poveri malcapitati gonfi come zampogne – è una reazione allergica provocata dalla linfa dell’albero. “Si chiama sup, spiega Marco, ed è altamente corrosiva. Ci ha bruciato i vestiti e la pelle, io ho portato le cicatrici per parecchio tempo”.

L’anno dopo Marco torna a Messina. “Quando hai una laurea e ti ritrovi a scaricare pacchi, il tarlo ti viene. Inoltre già allora era difficile trovare un impiego duraturo, che andasse oltre i sei mesi, e ricominciare sempre da capo era logorante. Senza dimenticare l’ ‘utopia dell’emigrante’: chi è qui si autoconvince che nel frattempo le cose a casa propria siano migliorate”. Dopo un anno di tirocinio all’O.p.g. di Barcellona P.G., supera l’esame di stato e si iscrive all’albo degli psicologi. “Per un altro anno ho mandato una trentina di curriculum al giorno, in tutta Italia. Dato che non trovavo lavoro ho fatto il volontario nei servizi di psicologia dell’ospedale Piemonte e del Papardo. Mi sono pagato di tasca mia pure l’assicurazione. Non c’è voluto molto per farmi tornare la voglia di riprovarci con l’Australia”. Cosi, nel 2011, Marco attraversa di nuovo il globo e dopo neanche tre settimane viene assunto al Co.As.It. col ruolo che ricopre tutt’oggi.

“Da noi vengono persone con le valigie, appena atterrate a Sydney. Tanti ci scrivono email o messaggi su Facebook dall’Italia. Da quando ho iniziato a lavorare qui, ho visto cambiare il profilo demografico delle persone che arrivano in Australia. Molti non hanno la laurea, a volte neppure il diploma. Il dato più preoccupante è quello delle famiglie con due, tre bambini. Una volta mi ha telefonato perfino un padre che di figli ne aveva otto. E poi ci sono persone di 50-60 anni, anche se i ragazzi sotto i 30 restano la maggior parte, per la facilità con cui possono ottenere un visto Working Holiday”. Working Holiday è tradotto in italiano con “Vacanza lavoro”. Eppure, per molti giovani che sbarcano in Oceania per rifarsi una vita, la vacanza è quasi un effetto collaterale. “Di storie belle se ne trovano poche, purtroppo”, commenta amaro Marco. Sono troppe le difficolta nel trovare un impiego duraturo con un visto che permette di lavorare per uno stesso datore di lavoro solo per sei mesi. Sulla percentuale dei ragazzi che arrivano, pochi riescono a restare in modo permanente. “L’azienda per sponsorizzarti deve pagare e ormai la concorrenza è tale che non si trova facilmente chi decide di investire su uno straniero. I visti, poi, sono diventati un business per il governo, e noi del Co.As.It. non abbiamo voce in capitolo. Ma si può discutere del riconoscimento dei titoli di studio per i professionisti stranieri, al momento incredibilmente difficile e dispendioso. Per difendere i lavoratori locali, sono stati dati dei paletti e lasciata per il resto carta bianca a ogni albo e istituto. Ma se quella persona sa fare un lavoro e quel lavoro è disponibile, perché non mettersi d’accordo? Un mio collega, messinese, è riuscito a farsi riconoscere il titolo di psicologo solo dopo un processo molto lungo”. A quel punto, chiedo: ma quanti messinesi ci sono al Co.As.It.? “Siamo tre. Poi c’è la mia fidanzata, messinese pure lei. L’ho conosciuta qui. Ho ritrovato tanti concittadini, ci riconosciamo dall’accento. Altro che provincia babba. Ci sono molti ragazzi di Messina che si fanno notare – si impegnano in città, ad esempio con le iniziative culturali, e lavorano sodo quando vengono in Australia. E questo mi rende orgoglioso”.

 

[Pubblicato sulla Gazzetta del Sud di Messina il 7/04/2015]