Tony Currenti, un siciliano negli AC/DC

Era il 1975 quando la lontana Australia si candidava al podio della storia dell’hard-rock per aver visto nascere uno dei gruppi più influenti nel genere, gli ormai arcinoti AC/DC. Proprio quell’anno uscì il loro esordio, High Voltage, con una sfilza di brani ispirati al rythm and blues più grezzo e immediato e una batteria asciutta ma potente, che seguiva i capricciosi intrecci della chitarra solista di Angus Young. Dietro quella sezione ritmica, assieme al bassista Mark Evans, c’era l’unico italiano che abbia mai suonato nel gruppo: Antonino Currenti, per gli amici anglofoni Tony.

Originario di Fiumefreddo, in provincia di Catania, Tony era arrivato a Sydney nel 1967 assieme alla sua famiglia, quando aveva appena 16 anni. “Cercavamo fortuna come tutti e io non parlavo inglese”, mi spiega davanti a un caffè a Giardini Naxos, con un vago accento forestiero, “ma la musica non ha bisogno di parole e mi ha aiutato a inserirmi”. In Sicilia, Tony faceva l’imbianchino e, per passione, suonava strumenti inconsueti: “Mio padre mi regalò una fisarmonica quando avevo appena 5 anni, ma la ruppi a forza di picchiarci sopra. Mi piaceva la batteria, non c’erano soldi per comprarne una, e allora mi adeguai: in casa cominciai a battere il tempo ovunque, perfino sulle sedie di mia madre”. Quando George Young, il produttore degli AC/DC nonché fratello maggiore dei due fondatori, Angus e Malcom, sentì Tony suonare una vera batteria, in sala di incisione coi Jackie Christian and Flight, nel novembre del 1974, gli chiese di registrare High Voltage. “Furono quattro notti intensissime”, spiega Tony, “tutti lavoravamo di giorno e ci incontravamo dopo mezzanotte fino alle 6 di mattina. Eravamo talmente stanchi che non circolava neppure una goccia d’alcol, andavamo avanti a tè e caffè”. All’epoca Tony non era un musicista improvvisato ma aveva già fatto gavetta e coi Jackie Christian and Flight, prodotti proprio da George Young, aveva quattro singoli alle spalle e un disco in uscita. “Non eravamo esordienti come gli AC/DC”, ricorda sorridendo, “Guadagnavamo già 100 dollari a testa ogni sera, mentre loro ne racimolavano 60 a settimana”.

E chissà, forse questo fu uno dei motivi che spinsero Tony a dire di no quando l’amico George gli propose di entrare stabilmente nel gruppo dei suoi fratelli, che di lì a breve avrebbe scritto la storia della musica. “Me lo chiesero ben due volte, e in entrambe le occasioni non ebbi alcun dubbio”, chiosa Tony con l’aria di chi sa di aver commesso un madornale errore di valutazione. “Speravo che col mio gruppo avremmo fatto strada. Poi c’era un motivo “burocratico”: gli AC/DC volevano andare un tour nel loro paese di origine, la Gran Bretagna. Se fossi partito con loro, avrei dovuto fare il servizio di leva in Italia, perché il mio passaporto non era ancora australiano. Così, rifiutai”. E mentre il gruppo cominciava a calcare i più importanti palchi internazionali, lui, nel 1977, dopo 10 anni da batterista full time, appendeva le bacchette al chiodo. “Mi innamorai e volevo sposarmi, avevo bisogno di stabilità. Tra il rock e una famiglia scelsi la seconda, e aprii una pizzeria”. Adesso quel piccolo locale, a sud-ovest dell’aeroporto di Sydney, è diventato un museo pieno di cimeli: foto in bianco e nero di Tony dietro il suo strumento, bandiere dell’Italia e degli AC/DC e una copia autografata del libro che ha contribuito a far conoscere la storia del primo batterista del gruppo australiano, The Youngs: The Brothers Who Built AC/DC, scritto dal giornalista Jesse Fink. “Jesse mi ha contattato su Facebook mentre cercava testimonianze per la sua biografia”, riferisce Tony, “fino a quel momento, il mio cognome era sempre stato storpiato, tanto che neppure i miei compagni di classe siciliani avevano mai capito che quel batterista potessi essere io. E’ stato Jesse a convincermi a riprendere a suonare. Adesso che a portare avanti la pizzeria c’è mio figlio Anthony, io posso anche tornare a fare il rocker”.

 

Pubblicato sulla Gazzetta del Sud – edizione Messina il 9/08/2015